La nuova musica italiana: una chiave per tradurre l’interlinguismo? Il caso di Ghali

L’Italia, terra di emigrati, verso la fine degli anni ’70 ha iniziato ad accogliere persone provenienti da diverse parti del mondo. I fenomeni migratori, da allora, si sono ampliati e modificati, arrivando al punto che il numero degli italiani emigrati equivale a quello degli immigrati che oggi risiedono nel belpaese. I dati, però, parlano chiaro: ancora oggi gli immigrati rappresentano una netta minoranza della popolazione italiana. Difficilmente, quindi, si può parlare di vere e proprie influenze culturali o linguistiche, al contrario di quanto accade in altri paesi europei, come ad esempio in Francia, dove l’arabo si è fatto strada in diversi registri della lingua francese.

Eppure, mi pare che qualcosa oggi stia cambiando. Ci troviamo più facilmente a contatto con parole o espressioni legate al mondo arabo. Molti, ad esempio, sanno cosa vuol dire Allahu akbar, o di cosa si sta discutendo quando si parla di burqa o di hijab. Quale connotazione hanno, però, queste parole all’interno del nostro sistema culturale? Ne ho parlato anche qui, esponendo il punto di vista di Tommy Kuti e Vhelade, che “hanno precisato […] come purtroppo oggi l’italiano paia assimilare dalla lingua dei migranti solo parole che nella nostra cultura hanno una connotazione negativa”. Col tempo, però, la situazione potrebbe cambiare. Grazie a un contatto prolungato, le lingue e le culture dei migranti potrebbero iniziare a farsi strada nel sistema culturale italiano, portando a uno scambio vero e proprio, e facendo sì che lingue diverse l’arricchiscano e lo diversifichino. Questo potrebbe essere possibile anche grazie a quegli italiani figli di immigrati di varie generazioni, che simboleggiano una via di comunicazione tra immigrati e italiani, proprio perché rappresentati da più lingue e più culture. Un esempio tra tutti è il caso di Ghali.

Ghali Foh Amdouni, conosciuto semplicemente come Ghali, è un rapper italo-tunisino, che ha introdotto diverse novità all’interno del mondo rap italiano. Quella di cui ci interesseremo in quest’articolo è l’interlinguismo presente in alcune delle sue canzoni, Wily Wily (2016) in modo particolare, di cui andrò ad analizzare il testo.

Ghali, figlio di due immigrati tunisini, è nato e cresciuto a Milano, precisamente a Baggio. All’interno delle sue canzoni spesso emerge il suo vissuto personale, che non è stato semplice: tra difficoltà economiche e discriminatorie, la sua infanzia è stata profondamente scossa dai problemi del padre con la legge. Al contrario, il rapporto con la madre è la fonte di ispirazione di molte delle sue canzoni, che trattano tematiche quali l’amicizia, i rapporti familiari, l’uso di sostanze stupefacenti, ma anche la migrazione, il razzismo, tanto da diventare a volte brani a cavallo tra Italia e Tunisia. Grazie al suo ibridismo culturale, Ghali riesce a comunicare allo stesso tempo con gli immigrati, i figli di immigrati, e gli italiani, soprattutto i giovanissimi, tessendo un filo che connette gli uni agli altri. Per citare Roberto Saviano, “La poetica di Ghali è il primo incontro di massa e ludico che le nuove generazioni italiane hanno con l’Islam”, e ancora “Un suo brano che si intitola Mamma è forse il testo più importante scritto in Italia sino a ora sul dramma dei migranti”. Soprattutto, “Ghali è un dono che nasce quando il Paese ne ha più bisogno”.

Mentre Roberto Saviano pubblicava quest’articolo, io scrivevo sulla mia tesi di laurea che la letteratura postcoloniale è un regalo fattoci dagli scrittori della diaspora. Esattamente come l’autore, ed esattamente come per la letteratura postcoloniale, anche io ho percepito Ghali come un dono per l’Italia. Ed è un dono perché ci permette di interrogarci, di riflettere su questioni politiche e sociali, regalandoci, per l’appunto, una nuova prospettiva da cui osservare le cose. È un dono anche perché, grazie all’interlinguismo di alcune delle sue canzoni, ci dà la possibilità di familiarizzare con parole e concetti a cui non siamo abituati. Questo è l’aspetto su cui vorrei soffermarmi in quest’articolo, prendendo come esempio la canzone Wily Wily, il cui testo è forse quello più emblematico dell’intelinguismo del giovane cantante.

Quello che vorrei dimostrare è che alcuni testi delle canzoni di Ghali presentano le stesse caratteristiche linguistiche dei romanzi postcoloniali. Questi ultimi, infatti, fanno un uso massiccio di una lingua ibrida e meticcia, formata dalla lingua europea come principale, alternata e a volte persino mescolata con la lingua madre del colonizzato, ma anche con altre. Ciò dà vita a diversi fenomeni linguistici, tra cui soprattutto la presenza di lingue terze e inserzioni alloglotte.

Tenendo in considerazione il fatto che Ghali non è un colonizzato, ma un italiano figlio di immigrati tunisini, alcuni dei suoi testi presentano tratti propri delle opere postcoloniali. Questa similarità non deve forse sorprendere più di tanto, perché dinanzi al contatto fra più lingue e culture, è normale che si verifichino alcuni fenomeni linguistici. Ci si sente a casa in più lingue, e solo utilizzando idiomi diversi ci si può esprimere totalmente e liberamente. Quello che sorprende, forse, come nel caso della letteratura postcoloniale che ha stravolto i canoni di una letteratura più tradizionale, quantomeno da un punto di vista linguistico, è che anche Ghali ha deciso di oltrepassare i canoni linguistici del rap italiano. Se questo infatti è sicuramente influenzato dall’inglese o dai dialetti locali, mai è stato il portavoce di una nuova generazione italiana che ha trovato la sua via espressiva proprio tramite il cantante milanese.

Innanzitutto, sempre citando Roberto Saviano, “Ghali canta in italiano con accento milanese, in francese con accento magrebino e in tunisino con accento italiano”, lo stesso Ghali afferma poi in un’intervista a Radio 105 “Se leggi la mia tracklist, ci sono cinque lingue diverse”. Appare evidente, quindi, l’interlinguismo di Ghali, soprattutto se si pensa anche alle lingue terze di cui egli fa uso, come l’inglese, lo spagnolo e il francese, al di là dell’italiano e dell’arabo. Infatti, andando ad analizzare più approfonditamente Wily Wily, possiamo notare l’ampio utilizzo di inserzioni alloglotte, ovvero inserzioni di un’altra lingua che non sia quella matrice del testo. Esse si dividono a loro volta in xenismi, peregrinismi e prestiti. Gli xenismi designano dei termini stranieri che descrivono una realtà sconosciuta o molto particolare espressi “per la prima volta” e sono accompagnati di frequente da un segno linguistico, spesso una parafrasi descrittiva. I peregrinismi sono uno scarto sbagliato rispetto alla lingua standard. Designano uno stadio ulteriore, una prima fase di integrazione della parola nella lingua di arrivo. I prestiti sono invece parole o espressioni totalmente integrate nella lingua di arrivo.

In Wily Wily non sono presenti prestiti, ma principalmente xenismi. Una sola volta ci troviamo davanti a un caso limite tra xenismo e peregrinismo:

Questa guerra, questa merda

Giuro, wallah, fra’ non mi piace

Ci troviamo davanti a un caso limite per due motivazioni. Da un lato, anche se Ghali specifica il significato di wallah attraverso una traduzione più laica, giuro, il richiamo ad Allah si può facilmente intuire. Da notare anche il contrasto tra un’espressione araba connotata religiosamente e quella colloquiale di fra’.

L’altro xenismo, accompagnato da una parafrasi in italiano è:

Salam alykom salam alykom

Son venuto in pace

In cui salam alykom (che la pace sia con te) è seguito da son venuto in pace, in cui il tema della pace resta persistente.

Per quanto riguarda il ritornello, le cose cambiano. Qui sembra che la lingua matrice non sia l’italiano, ma l’arabo tunisino, arricchito da una lingua terza, il francese, andando a creare giochi e specchi di parafrasi fra le tre lingue della canzone. Che l’arabo funga da lingua matrice è reso evidente dal fatto che alcuni passaggi sono totalmente in questa lingua, senza lasciare alcuna possibilità al pubblico italiano di capirne il contenuto:

Aman aman

Habibi

Ya nor l3in

[…]

Baba menchoufuch

Wily Wily, Nari Nari

3andi dra 9addech

Nari Nari, Wily Wily

W y golouly kifech

Wily Wily, Nari Nari

[…]

Hamdoullah lebes

Nel resto del ritornello, invece, ci sono appunto quegli specchi di cui parlavo prima, tra arabo tunisino, italiano e francese.

Ndiro lhala sans pitiè en galère

Fratello ma 3la balich

En ma vie ho visto bezaf trop

Quindi adesso rehma lah

[…]

Sa7by lascia stare amico

Non voglio più stress

Nari Nari, Wily Wily

Khoya, come sto?

[…]

Ma3labelich on s’en bat les couilles

Le espressioni in italiano sono fratello, ho visto, quindi adesso, lascia stare, non voglio più stress, come sto. Quelle in francese sans pitié, en ma vie, on s’en bat les couilles. Alcune parole in arabo riprendono il senso di certe espressioni italiane e francesi. Ad esempio, ma 3la balich potrebbe essere vista come la traduzione di on s’en bat les couilles, rehma lah come la traduzione di sans pitié, khoya di fratello. Il trilinguismo di Ghali, poi, viene rappresentato perfettamente dal passaggio En ma vie ho visto bezaf, in cui la frase si compone di francese, italiano e arabo, come se si trattasse di un’unica lingua (in italiano potrebbe tradursi come: ho visto troppo in vita mia).

Se questo tipo di fenomeni è presente in diversi sistemi culturali, come nell’esempio già citato della Francia, in cui l’uso di francese, arabo e inglese è la regola nei testi delle canzoni rap, esso rappresenta invece un’anomalia nel contesto musicale italiano. L’anomalia appare ancora più evidente tenendo conto che Ghali gode in Italia di una certa notorietà, per cui i testi delle sue canzoni sono conosciuti da milioni di persone. Proprio la popolarità e l’accessibilità dei suoi brani potrebbe rendere facile l’introduzione di determinate parole o espressioni arabe o francesi nell’italiano di tutti i giorni. Sicuramente si tratta di un processo lungo, che verrà alimentato da nuovi artisti che, come Ghali e altri, diverranno i portavoce del connubio di culture diverse. Questo metterà in moto una vera e propria rivoluzione nella lingua italiana, che potrà svecchiarsi e adeguarsi ai nuovi contesti sociali, esprimendo concetti che le sono finora sconosciuti e diventando sempre più bella, sonora e variegata. Quel giorno, i traduttori smetteranno di tradurre l’interlinguismo di certi testi, soprattutto quelli postcoloniali, creando un italiano artificiale o utilizzando determinati arcaismi e modi di parlare dei giovani. Al contrario, potranno finalmente sfruttare una lingua orale esistente, realizzando traduzioni puntuali e autentiche. Senza dimenticare che anche i traduttori, oggi, hanno il compito di mediare tra una cultura e l’altra, una lingua e l’altra, iscrivendosi a loro volta nell’articolato processo che porterà la lingua italiana a splendere di una nuova luce.

Margaret Petrarca

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